Santo subito



“Saddam Hussein che raccoglie i fiori„. Olio su tela di canapa, 100 x 80 centimetri, seconda metà del ventesimo secolo.

Stretta finale

Pieni di canditi e quant'altro guardiamo lo specchio chiedendo clemenza, un'altra bugia. Ancora qualche giorno di strapazzo poi si tornerà nelle città urbane. Io invece che vivo di questa periferia dimenticato da Dio, come si dice, aspetto l'arrivo nella linea adsl che almeno in parte, ridurrà la distanza da quella parte di centro che ho abbandonato ormai da troppo. Una voce mi fa compagnia e la sera trascorra serena. Sto recuperando le forze per stringerti ancora a me.

Abbozzi inediti 3

Non l’avevo più vista in giro: - Strano - pensavo di tanto in tanto; altre volte: - Mi farebbe piacere rivederla -; altre ancora: - Era bella però! - ma l’impegni e le distrazioni di quel periodo limitavano le mie riflessioni a queste banali osservazioni.
In aprile, inopportuno mese, mi ero preso qualche giorno di riposo per svuotare la testa e tornare in forma al lavoro, uno progetto per l’editore E. Una specie di lavanda encefalica dopo una massiccia intossicazione culturale.
Sistemavo in cucina i resti della cena della sera prima quando un’ombra oscurò il cestello della lavastoviglie, alzai gli occhi spaventato verso la finestra che dava sul giardino e la vidi. Era lei.
Il suo seno generoso si faceva notare, anche attraverso il vetro unto e polveroso, ma io che gliel’avevo già toccato e assaggiato paziente più volte in passato non feci fatica a trattenermi e a guardarla negli occhi senza distrarmi: - Entra! – e le aprii la portafinestra.
Indossava una gonnina fresca, una di quelle che metteva appena dopo una accurata depilazione.

Si sedette sulla poltrona del soggiorno e rimase allungo in silenzio con lo sguardo rivolto al terrazzo ingombro di una serra di piante ormai secche. Io pure me ne stavo zitto in cucina guardavo un programma di cucina in tv, e zitto le portai da bere un succo alla carota, lo posai sul tavolino cercando di essere garbato, si voltò appena abbozzando una smorfia.

Da quando mi era apparsa in quel modo assurdo alle spalle, era passata più di mezz’ora e ci eravamo detti soltanto:
Lei: - Ciao, come va?
Io: - Bene, sono vivo
Si alzo poco dopo aver svuotato il bicchiere e mi venne a cercare in cucina. - Che fai? - bisbigliò mentre ispezionava l’ambiente con uno sguardo da cagna.
- Provo ad annoiarmi con la tv, ho assoluto bisogna di noia.
- Non esser cretino - e mi baciò di striscio le labbra. Avrei a quel punto, anche potuto togliermi i calzoni e possederla lì in cucina, vicino allo spremi agrumi di Stark, ma rimasi fedele al mio progetto di noia.
- Sei stata fuori? - chiesi per farle usare le labbra in altro modo rispetto a quello che magari aveva in mente.
- Sì - disse - Francia -
- Non da sola immagino? – si era seduta intanto. Non ricordo cosa rispose, fu evasiva se la cavò con un battuta cretina, sulle doti di puttana che gli altri, uomini e no, le attribuivano.

Il resto? Poi come è andata? Un attimo…
Ho ricercato nella agenda di quell’anno la pagina di quel giorno: è bianca. Ricordo di non esserci stato al letto ma… La chiamo, forse lei ha più memoria. Dov’è il numero. 339-707****.

Spento.

Potrei ipotizzare un ricordo, perché no? Mi conosco, ho meglio, conosco la persona che ero quel giorno in aprile e conosco, ho un ricordo, di ciò che lei era in quel periodo. Conosco anche la città dove vivo, casa mia e i posti che ci piacciono e in cui magari saremmo potuti esser stati. L’idea mi piace e ci inizio a lavorare.

Fece per alzarsi, si mostrava arrabbiata indispettita, ghignava, ma la parte le riusciva male, la guardai serio e lei rise di gusto.
- Devo fare pipì – disse carina.
Quando tornò mi si sedette vicino, e accarezzandomi d’amica mi chiese sincera quanto più le riuscì: - Sei arrabbiato con me? – Feci finta di credere al suo interessamento – No, dovrei esserlo? – lei non rispose, si alzò e aggiunse truccata appena d’allegria – Dove mi porti?

Eravamo in via Candia, la facevo guidare - le piace - io ascoltavo la radio e guardavo di fuori distratto, lei confessava qualche cosa di suo, come quando si fanno vedere le foto di ritorno da un viaggio. Mi voltavo verso di lei di tempo in tempo, era bella e faceva l’ingenua. Si fermò a un semaforo, questa volta fui io a baciarla appena, fu stupita ma il verde ed il clacson del solito idiota interruppero ogni cosa. Per un po’ ci fu silenzio.

Abbozzi inediti 2

E’ una claustrofobica mattina di aprile. Il tram è fermo al capolinea e aspetta triste gli immigrati. Chi esce dal bar, guarda il cielo in cerca di nuvole e pioggia. Aspetto anch’io da dietro una tenda scostata. Oggi fanno due mesi che non ci vediamo. L’ultima volta fu da te, ti venni a prendere in auto dovevi ritirare un voluminoso pacco dalle poste centrali, tu di certo non ricordi.
Quella mattina mi venisti ad aprire con addosso il sonno e una deliziosa quanto sgualcita maglietta. Non me la presi, sapevo bene che la sveglia che tieni sotto il letto, aveva ormai i meccanismi ossidati dal liquido che le pile scariche hanno rilasciato, e che taceva da un pezzo. So anche, che in lontananza si può ascoltare un orologio dal rumorosissimo meccanismo, che nella sala da pranzo, e solo lì, indica un’ora, l’ora approssimativa, che tu però, preferisci definire incerta. Prendemmo un caffè. Il tuo, privo di zucchero, lo assaporasti lentamente. Il caffè per te, oltre ad essere un rito – come lo fu per tua madre e tua nonna – è un momentaneo rimedio al quel sonno che definisci, argomentando con libri e ritagli di riviste: patologico. Le tazzine poi, diverse fra loro (troppi servizi hai scompagnato) le posasti su di una pila di altre stoviglie quasi a voler creare buffa composizione artistica, che smantellerai, ti visto farlo altre volte, gettando seccata tutto nella lavastoviglie.
Ti trascinasti, per casa con le ciabattine infradito osserando quasi stupita angoli carichi di nuove sporcizie:
DA FARE
annotasti su un pezzetto di carta recuperato da una vecchia agenda. Odioso comportamento

Domani compirai trenta anni. Me ne sono ricordato, che credi! Nulla di strano, dato che (lo sai benissimo), inizio a pensare a questo giorno già dai primi del mese. Mi soffermo scrupoloso sulle vetrine dei negozi più disparati (disperati specialmente – sono questi quelli che più ti piacciono), a caccia di un regalo adatto a te, che poi oltretutto non ho mai il coraggio di consegnarti.

Che ci vuoi fare. Ho un cassetto pieno di pacchettini in camera da letto. Lo aprirò, come faccio ogni anno, solo domani per stiparci anche quest’ultimo nuovo. Chissà che un giorno non te li porti tutti assieme ai relativi bigliettini:
1998 Ritorno di senso;
1999; […]
2000, Scusa se non è una sorpresa;
2001, l’ho scelto con cura, abbine.

Abbozzi inediti 1

L’avevo incontrato per caso a guerra finita. Era in via *** già da qualche giorno, mi disse, dopo un breve racconto di quei tragici giorni, poi aggiunse seccato: “Tu dov’eri durante i bombardamenti?” non guardandolo in volto mormorai: “Ero fuori città, ho una casa in campagna, lì abitavano i miei”. Facemmo un pezzo di strada a piedi in pianura fra i resti di qualcosa d’antico, da un tram fermo ci sentimmo chiamare: “Cercano pane” disse. Mi fermai guardandolo, Berto rise strano e continuo zoppicando. La strada in quel tratto proseguieva in discesa e Berto faceva fatica, trascinava la gamba sinistra e di tanto in tanto tratteneva una smorfia di dolore o forse era il viso provato che riusciva a mimetizzarla.
Giunti in via del Rosario, trovammo una piccola folla stranamente ordinata: ci accodammo pazienti per riuscire anche noi a mangiare qualcosa. In fila discutemmo con gli altri - molti erano forestieri o dei paesi vicini - i perché della guerra, in uno strano accento un ragazzo sospirò: “Giusta o ingiusta che fosse è finita”, a quel punto molti tacquero e io ero fra questi; Berto, invece, continua a discutere acceso si fermò soltanto davanti alla zuppa ed il pane. Lo Salutai dopo il pasto, e promisi di passarlo a trovare: “Resti a via *** ?” chiesi prima di andare, fece cenno di sì e continuo la sua arringa, presi ciò che era mio e mi mossi.

Splitting

Dopo il cinema - un film di un regista coreano di cui parlarono il giorno seguente a pranzo anche con me, che non l'avevo neppure visto – salutarono il resto della comitiva e andarono a bere un mojito in un piccolo pub di S. Lorenzo, locale che da qualche tempo, da quando si erano messi assieme, frequentavano assiduamente.
Lui la fece divertire, raccontandole certe storielle davvero spassose: in una c'era un tizio che aveva una tale voglia di bignè alla crema che salì all'ultimo piano de un gratacielo minaciando de butarsi se non gliene avesero pordati almeno quatro, chissà dove le andava a pescare. E aveva poi un modo tutto suo di guardarla e di parlarle in un italiano scempio, che la facevano sentire speciale, lo potrei giurare, più di un poco.
Dopo un ultima sigaretta, che divisero, uscirono e fecero una lunga passeggiata. Il caldo di quel periodo non gli impedì di starsene stretti l'uno all'altra per gran parte del cammino, che li condusse fino a casa di lei. Salirono . Filomena ebbe qualche difficoltà a centrare la toppa della porta dato che la luce del pianerottolo era fulminata, ma Panfilo la soccorse prontamente con l'accendino. Entrarono. La casa, che divedeva con una scontrosa ragazza di Lequile, paesino in provincia di Lecce, era piccola e non proprio pulita. Due stanze da letto, un bagno minuscolo, una cucina abitabile-imvivibile e un ingressuccio che fungeva da salotto. Panfilo chiese qualcosa da bere. Lei scelse due bicchieri da un pila che stava in bilico sul lavandino e gli sciacquò diligentemente con un poco d'acqua fredda. Aprì poi il frigo, un vecchio Ignis mezzo arruginito, e ne tirò fuori un'anonima bottiglia di birra. La stappò e versò il liquido nei bicchieri. Panfilo guardò tutta l'operazione seduto su di una seggiola sgangherata e bevve la birra in un sorso per non sentirne il sapore.
Restarono in silenzio per un pezzo. Lei andò a sederglisi addosso, lui la baciò dolcemente scoprendo così l'amaro gusto di quella birra scadente, e teneramente abbracciati per poco non caddero a terra. Risero, e si baciarono nuovamente e più a lungo. Lui le tirò su la maglietta, quella che le comperai io al concerto dei Nomadi, e cominciò a morderle il seno, mentre lei lo accarezzava teneramente. Si alzarono quasi di scatto, tornarono nuovamente a baciarsi sulla bocca con più foga, avidamente. Panfilo spinse il suo sesso verso quello di lei. Corsero nella stanza da letto. La camera di Filomena parve a Panfilo uno di quei banchetti di vestiti usati: TUTTO A 5 EURO, che si incontrano spesso nei numerosi mercatini romani. Si gettarono sul letto sfatto rovesciando il posacenere che vi era appoggiato. Lui si tolse la magliettina, Hard Rock Cafè Istanbul e le sfilo la sua. La luce della strada filtrava dalla finestra e le illuminava il volto ed il seno di spudorato candore. Panfilo dopo una breve visita sui capezzoli, passò allo sterno e giù al ventre e più giù ancora sbottonandole i pantaloni a vita bassa. Lei cercava di concentrarsi e si tolse i sandali peruviani, lui era sotto un poderoso bombardamento ormonale, a cui non c'era scampo, al quale non volle trovare riparo. Si tolse le adidas che indossava senza calzini. Tornò a baciarla sulle labbra e sul collo, mentre lei provò a spogliarlo. Gli scese i Levi's e li getto lontano, caddero su di una scrivania ingombra di cartine, filrtini, fotocopie e dischi pirata. Gli tolse anche i boxer, resto nudo. Il suo sesso era vicino al volto di Filomena: «Non vorrà che gli faccia un pompino», pensò. Cercò di spostarsì più in alto. Panfilo capì, e buono buono imboccò la solità strada.
Giacevano di fianco, lui le stava dietro muoventosi in modo randomatico. Gentile le sussurrò in un orecchio a che punto fosse e fece una smorfia strana, era evidente che stesse per venire. Fu in quel preciso istante che Filomena si perse. Quell' espressione gli rammento suo padre il giorno in cui ebbe il menarca. Era una mattina di novembre, la mamma era fuori, Filomena entrò in cucina assonnata come sempre. Il padre in piedi al centro della stanza bevava un amaro caffè. La guardò prima distrattamente sorridendole, poi si accorse che il suo pigiamino con gli orsetti gialli era sporco di rosso. Rabbrividì e distolse lo sguardo imbarazzato. Gli si avvicino per baciarlo, ma lui si ritrasse, la respinse quasi, facendo quella stessa smorfia che ora appariva sul volto contratto di Panfilo.
Di lì a poco lui venne miseramente compiaciuto. Dopo qualche carezza e bacio doveroso si alzò per andare a pisciare, accese la luce del bagno e si tirò sul il prepuzio per indirizzare meglio il getto. Lei in camera già fumava l'ultima Merit di un vecchio pacchetto recuperato sotto il letto nell’atto di cercare gli slip.

Pierino è l'insegnante di matematica

Tutti fin dalle medie abbiano fantasticato sulle insegnanti, guardavamo le loro gambe sotto le cattedre e poi a casa gli davamo di martellino. A quell'età il pistolino è sempre dritto e il testosterone da alla testa, lo ficcheresti in qualunque buco e con quello strumento fai gli esperimenti più strani. Accade però in una scuola nei pressi di Milano che un ripetente, bocciato due volte, assieme a due suoi amici si chiudano in un'aula a fare roba con la prof. di matematica. L'insegnante raggiunta al telefono da un giornalista del corriere si giustifica dicendo che lei non era nuda e che sono il ragazzo più grande, che pensava avesse 16 anni, aveva i pantaloni calati. Ammette poi di avere avuto con l'alunno un'amicizia particolare ma di non averci mai fatto sesso, ma solo innocenti seghe. La scuola in cui la notizia era nota già da qualche giorno voleva mettere tutto a tacere, poi la solita insegnante repressa assieme un gruppo di genitori ha denunciato la giovane e ingenua supplente, la quale tornata nel suo paese di origine in Molise prega che il suo nome non venga divulgato. Come tutto sia iniziato, è stata la stessa insegnante a raccontarlo a un maresciallo del paese in cui ha sede l'istituto e poi al capitano della Compagnia di Desio. «Quel ragazzo aveva problemi in matematica. Così come gli altri quattro compagni. Lunedì mattina eravamo d'accordo che ci saremmo trovati per un'ora di recupero sottratta a educazione fisica. A un certo punto, ha iniziato a farmi domande esplicite sul sesso e sulle mie abitudini sessuali. Mi ha chiesto se facevo l'amore con il mio fidanzato, io che non ho neppure un fidanzato...». Domanda dopo domanda, «mi sono ritrovata a discutere di certi argomenti senza neppure rendermene conto».. Ora fuori dalla scuola non si parla d'altro. In un mare di volgarità e dettagli pornografici — senza distinzione tra maschi e femmine — radunati nella piazza centrale i piccoli parlano e riparlano della professoressa. Una protesta: «E non era neanche bella: aveva il viso pieno di brufoli». Uno sbuffa: «Io non c'ero. Purtroppo».