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Incipit


Sara distolse lo sguardo della rivista che stava leggendo, un noiosissimo articolo su di un filosofo dalle spiccate doti televisive, per portarlo sull'orologio, che da dove era seduta si intravedeva appena. Gettò la rivista sul tavolino, il volto sornione del filosofo radio-televisivo italiano sbattè violentemente, si alzò dalla poltrona e disse: - Mutter, io vado è quasi ora -. Passò davanti lo specchio dell'ingresso e vi si fermò davanti per sistemarsi i capelli. - Sara vuoi un po' di caffè, è appena uscito? - La madre fermò la figlia quando già aveva aperto la porta di casa. - Ma mamma mi fai fare tardi - disse restando sull'uscio. - E allora, non puoi farlo aspettare cinque minuti? -.
Le donne erano sedute in cucina in silenzio. La madre, Luciana, posò la tazzina rovente: - Allora quest'amico com'è? - chiese sorridendo.
- In che senso? - replicò Sara.
- Non so, robusto, magro, alto, basso? - chiarì Luciana.
- Sarà alto 1,75 - rispose dubbiosa Sara.
- Più o meno come te? - fece la madre.
- Credo di sì - concluse Sara.
- Come credo? - aggiunse Luciana, ma Sara si era già alzata e infilata nel cappotto. Non rispose, la baciò e andò via canticchiando qualcosa.

Edoardo Londi ritorna a scrivere su paginenove dopo lunga assenza. L'incipit che qui vi proponiamo appartiene ad un racconto pubblicato sulla rivista: "Soliti argomenti" è solo un assaggio tanto per farvi venire l'acquolina in bocca. Presto lo posteremo per intero.
A.v.

Una cena e altre ipotesi (integrale)


Mentre ti parlavo cercando di farmi capire nella confusione di un sabato pomeriggio al centro commerciale, allo stesso tempo mi divertirono ad ascoltare il brusio degli attanti in una lingua che, un po' per volta mi suonava sempre più familiare. Ci trovavamo nel reparto prodotti esotici a cercare una soluzione per una cena ormai da tempo programmata e sempre rimandata. Ero di buon umore e ti chiesi: «Ma sei sicura che possa venire o c'è una rampa di scale, un dosso, un erta salita?» Tu non rispondesti e facesti una smorfia di disappunto. Ci incamminammo verso il parcheggio, ad un tratto ti fermasti portandoti gli occhiali, per i quali fosti felice di ricevere un complimento da una persona che era in fila davanti a noi, sulla testa, e facesti: «Nei sacchetti non trovo il pane l'avremmo dimenticato alla casa?» Tornasti indietro continuando a frugare nei sacchetti. Quando eri già lontana ti urlai: «Scegli un vino, un qualche bianco da scolare da Bianca». Chiusi gli occhi per trattenere quell'immagine, indossavi un vestito che tanto desideravo mettessi, il quale ti scopriva spudoratamente le spalle. Mi fermai in un bar poco distante, c'era gente, cercai di farmi spazio. Seduto ad un tavolino aspettavo che la tua figura comparisse di nuovo, una cameriera mi chiese se volessi ordinare: «Aspetto una persona» dissi. La ragazza andò via, dietro di lei a pochi passi c'eri tu che non vedendomi più, allarmata mi cercarvi con lo sguardo fra la gente. Avevi già il cellulare in mano quando ti chiamai per nome dicendo: «Sono qui». Mi ti avvicinasti infuriata: «Cazzo Leo, vuoi farmi venire un infarto?».

Tornammo a casa accaldati. Apristi la porta con le mani ingombre, mi spinsi dentro a fatica, ero stanco morto. Mentre sistemavi la spesa, lo riconosco non mossi un dito per aiutarti, approfittai per fare un poco di ginnastica davanti la BBC, c'era un episodio della quinta stagione di: "Ashes to Ashes" una serie che guardavo sempre volentieri. Dopo esserti fatta una doccia mi raggiungesti in soggiorno, avevi voglia di preparare qualcosa per la serata a casa di Bianca: «Una torta salata» suggerii. Eravamo in cucina, ti guardavo sporcarti le mani di farina e uova, e ascoltavo il racconto della settimana in cui eri stata via. Mi avvicinai per baciarti portandoti una mano fra i capelli. Ci interruppe l'arrivo della signora Rushdie la quale ci restituiva un cesto di biancheria pulita. Le chiedesti come mi ero comportato: «E' stato bravo?» La signora Rushdie ti sorrise e mi guardò complice: «Certo!» rispose. Squillò il telefono, andasti a rispondere in un'altra stanza mentre io mi intrattenevo con la signora Rushdie sintetizzando il racconto delle tue giornate berlinesi. Ti sentivamo ridere, la signora Ruhdie mi diede un'occhiata strana, poi apparisti nuovamente sulla porta della cucina. «Ma chi era?» ti domandai. «Una collega» facesti tu. «E cosa c'era da ridere tanto?» aggiunsi. «Niente, è matta!» concludesti.

Bianca si era trasferita a Newport seguendo il ragazzo che si occupava di promozione culturale presso il city council della città. Eravamo nei pressi del Transporter Bridge quando spegnendo lo stereo, ascoltavano una suite di Bach, mi chiamasti per nome. «Che c'è gioia?» portandoti il dorso della mano sul volto ti dissi. Per un istante facesti silenzio, poi ti sentii dire: «Lunedì a che ora devi essere a Roma?». Ti risposi, poi cambiammo discorso. Arrivati a casa di Bianca scendesti dall'auto a citofonare, ti serviva una mano, c'erano tre o quattro gradini per entrare in casa. Bianca apparì sulla porta, vi baciaste, dietro di lei c'era il ragazzo, un tipo alto e magro che conoscevi poco. Facesti segno verso di me, e tutti assieme vi avvicinaste alla macchina. Fu Bianca ad aprire lo sportello salutandomi con un bacio.
Ti sedevo vicino ma quella sera mangiai poco e parlai di meno. Tu e Bianca eravate tutte prese da ricordi che non conoscevo. Solo dopo cena scambiai qualche chiacchiera con Toby, il ragazzo alto e magro di Bianca.
Eri stanca e avevi bevuto, il ritorno fu ancora più triste. Una luna piena illuminava un cielo limpido e anche altre cose, adesso, ti apparivano chiare.
Il mattino seguente ero in bagno alle prese con la barba, mentre tu in camera da letto sistemavi meticolosamente i bagagli. In serata saremmo dovuti tornare per qualche giorno in Italia, a causa mia, le solite visite di controllo. Avevo quasi terminato l'opera quando entrasti in bagno sconvolta e ti appoggiasti contro il muro guardandomi, eri in lacrime. Non ci fu bisogno di parole, lessi sui tuoi occhi la mia fine. In cucina era pronta la colazione, la mia tazza di caffè era accanto a una fetta di crostata ai frutti di bosco. Su di un tovagliolo c'erano le mie compresse. Guardavo questa scena che si ripeteva ogni mattina pressoché identica con altri occhi, sapevo che non saresti tornata sui tuoi passi, come io non tornato da tempo sui miei. Le valigie erano pronte, io un po' meno.

Mio padre era seduto nelle scarpe su di una poltroncina di metallo con il mento appoggiato sulle mani. Non so come riuscii a non piangere mentre ci avvicinavamo. Per lui vederci tornare non fu una sorpresa naturalmente. C 'eravamo sentiti solo qualche giorno prima per telefono per fargli sapere l'orario d'arrivo del volo, e il mio umore era decisamente diverso. Dopo averlo salutato cortese, come sempre, mi lasciasti solo con lui dicendo: «Vado a recuperare i bagagli dal carrello»
«Le serve una mano ?» con te passava continuamente dal tu al lei, ti disse. Ti voltasti un attimo dicendo di no e ci lasciasti. Mio padre tornò a sedere e mi chiese: «Come andiamo?» chiusi gli occhi che a quel punto dovevano essere lucidi e feci un respiro profondo, ma lui già non mi ascoltava più era corso in tuo aiuto venendoti arrivare carica come un facchino. Caricaste tutto in macchina e una volta su feci: «Papà dobbiamo andare in stazione» si voltò leggermente verso di te e ti chiese: – Vuoi passare prima a casa dai tuoi?» dopo un secondo di gelo chiaristi: «Sì, ho solo pochi giorni»
Arrivati in stazione ci salutammo, io neanche scesi dall'auto, ci baciammo però un'ultima volta mentre mio padre tirava fuori dal bagagliaio solo le tue valige.

La telefonata, la prima, arrivò mentre sistemavo in camera mia - ancora ingombra dei bagagli composti come sempre da te a regola d'arte - la scrivania del portatile che era completamente invasa dalle fato non ancora catalogate in cartelle e sottocartelle, secondo la gerarchia, anno, mese e luogo. C'erano quelle di Port Meadow con Elisa, quelle fatte a Londra da Ilenia e alcune con te che provai a scattare io con la tua nuovissima Lumix. Era mia sorella a chiamare, non risposi, non ne ebbi la forza, il coraggio.
Più tardi, bevevo un rovente tè al bergamotto, il telefono suonò di nuovo, lo lasciai squillare, sempre mia sorella, finché quel doloroso richiamo al reale, quasi fosse una sveglia che interrompe un sogno che si cerca con tutte le forze per trattenere, non cessò. Immaginavo già la natura di quella telefonata. Mia sorella mi avrebbe salutato zittendo le bambine, e senza entrare subito in argomento mi avrebbe chiesto: «Che fai?» Io non avrei dovuto mostrarle il minimo tentennamento per non farla preoccupare. Poi mi avrebbe chiesto certamente di te. Le avrei a quel punto ricordato semplicemente dove fossi, non sarebbe stato il caso di aggiungere altro, non ne avrei avuto il cuore, sapevo quanto si fosse affezionata a te in quei pochi giorni in cui fummo a trovarla. Immaginavo anche il commento del marito, qualcosa come: "Cosa t'aspettavi?". E immaginavo anche l'espressione che avrebbe avuto quando le figlie, imbattendosi nei libri che abbiamo regalato loro, avrebbero pronunciato il tuo nome. Per adesso volli risparmiarle tutto questo. E volli risparmiare a me lo strazio di sentirmi dire prima di congedarci, con un tono di voce strano, quasi affranto: «E chiama!»

Sarà passato un secolo, qui nessuno pronuncia più il tuo nome, né fa cenno al mio periodo inglese. Io ogni tanto mi imbatto in qualcosa di tuo e in ricordi che non riesco più ad afferrare. Ho trovato un lavoro e una donna qualunque a distrarmi le mani dal foglio.

Nel Paese delle pipe

Una volta sbarcati fummò subito accolti con una pipa. Fu il ministro delle pipe a riceverci in pompa magna. Facemmo un breve giro porta a porta, tenendo sempre a mente la pipa. Ci portarono in un albergo nel centro della città. Nella stanza trovammo una gentilissima cameriera che una volta riconosciutoci ci volle ricordare con una pipa a testa. Erano le tre del pomeriggio ma io e il mio socio eravamo già del tutto stremati. Sotto la doccia pensavo all'anziano governatore del posto: come farà con tutte queste pipe mi chiedevo. La nota di stampa su di lui riferiva: "uno dei più controversi leader della storia di un Paese conosciuto per corruzione governativa e vizio. Un uomo odiato da molti ma rispettato da tutti almeno per la sua 'bella figura' (in italiano nel testo) e la pura forza della sua volontà". Ci vennero a prendere per portarci da lui, percorrendo i viali stracolmi di rifiuti iniziavo ad avere paura mentre il mio socio con accanto la nostra interprete si concedeva l'ennesima pipa.

Continua...

Abbozzi inediti 4

[…]
- Un caffè! – prendeva sempre un caffè dopo pranzo, spesso qui, nel caffè dell’università dove con un caffè, credo sudamericano o vattelapesca, fanno un caffè davvero eccellente. La cassiera rispose riflessa al suo grazie; si fece spazio verso il bancone nel fumo di sigarette digestive, sulle voci accese di sport ed esistenzialismo, fra lo sventolio di scontrini e, al riparo da cucchiaini branditi e crepitanti pasticcini, ammonì con gli occhi il barista-giocoliere che con tazzine e piattini è abilissimo e svelto, anche se il suo repertorio è un po’ scarso, tutti quanti lo conosciamo bene e anche dopo il caffè qualcheduno, nel vederlo, sbadiglia comunque.
[…]
Ale. 1:07 Affanno. Leggeva piano a fatica, ogni frase era un dedalo in cui smarrirsi alla ricerca di un senso plausibile, ogni virgola, ogni segno d’interpunzione era un invito a distrarsi, ogni capoverso un motivo per chiedere il libro e poggiare la matita insapore: non riusciva a ricordare nulla delle ultime pagine; diede un’occhiata agli appunti in brutta copia di passate lezioni poggiati in bella mostra alla sua destra, cercò di fare collegamenti. 1:32 Sonno. La lampadina della scrivania *bolliva, accese una sua, tornò ad aprire un volume: non sapeva più cosa stava leggendo, le ciglia facevano ombra sul nero dell’elzeviro. Clacson. Steso sul letto non leggeva neanche più: il mostro del polpettone gli si aggirava nello stomaco infierendo sul tenue, il retto bisbigliava qualcosa. Acqua. Pigiò un pulsante: dal televisore urla umane in un italiano barbaro diedero consigli per gli acquisti e per la vita. Aspirina®: effervescenza.
Pausa.
1: 54 Il disagio si allentò: provò a prendere sonno.
[…]
Una mosca si strofinava le zampe sul suo avambraccio sinistro, pareva esortarlo ad agire, doveva esserci un’altra soluzione, c’era! Ma non aveva la forza o il coraggio di trovarla. S’intrattiene col naso, l’indagava con cura in ogni sua parte, poi passò alle orecchie alla destra tocca aspettare. Perché si comportava così? Perché aspettava sempre che fosse lui a telefonarle, e gli diceva quando andava a trovarla di farsi sentire? Così gli toccava passare intere giornate a cercare di non farlo, a trattenersi in ogni modo, a fare mille progetti di abdicazione, a fissare scadenze improrogabili; ma niente non ci riusciva: aveva provato anche a cancellare il suo numero dal telefonino, tutto inutile: lo ricordava a memoria: 06497…
Edo si diceva: - Che male c’è se mi va di sentirla, quale è il problema, del resto siamo rimasti amici? - Ma poi tornava a pensare amaro che il motivo del suo silenzio dipenda solo e soltanto dal fatto che non le faceva molto piacere sentirlo o meglio, che non le andava affatto. Perché allora ottuso tornava periodicamente a farsi vivo con lettere, SMS, squilli e compagnia bella? Su questa rugginosa altalena di arsi e tesi passava interi pomeriggi, finché il peso del rancore non ne spezzava le catene facendolo precipitare in una dannata cabina telefonica e costringendolo a comporre quel numero, indelebile quasi marchiato a fuoco sul petto: 06497…

Fra di noi

Vestito poi chissà mai perché come un assistente universitario: faccia da giovane, giacca di velluto a costine, pantaloni, se non proprio di vigogna, (comunque non-jeans) feci puntualmente ritardo. C'era un po' di traffico sulla tangenziale EST. Approfittai per raggiungerti della gentilezza di Elena, che con il marito era passata a trovarmi per
comunicarmi alcune novità sulla loro prossima esibizione: il solito lavoro malfatto sulle baccanti euripidane.Ti cercai tutto il pomeriggio, ma il telefono lo tenevi spento e a quello di casa non rispondevi, così senza un programma puntuale, un appuntamento programmato, decisi di partire ugualmente. In macchina, una volta che Elena abbandonò suo marito in palestra, ero io a parlare, ma non le faci domande in modo da non dovere poi risponderne a qualcuna scomoda io. Ad ogni modo, attorno alle venti fui nei pressi di casa tua. Salutai Elena ringraziandola dopo averle promesso qualcosa del tipo: “Ci vediamo”, e mi incamminai
lungo via Migliorini. All'altezza del civico 22 inscontrai Antonio Pezzi detto "il contestatore" il quale mi (intra)tenne una buona dozzina di primi in una conversazoine complicata sull'accordo stipulato dalla UTET con la DE AGOSTINI: «Almeno i capitali restano in mani italiane» terminò. Liberatomene, in ulteriore ritardo (tu certo non ti sei chiesta che fine avessi fatto) finalmente raggiunsi il tuo portone, il portone di casa tua, del tuo palazzo, del palazzo in cui c'è casa tua, la casa che hai preso in affitto da due anni e mezzo per essere precisi.
Citofonai, mi dicesti con innaturale naturalezza : «Sali». Presi l'ascensore, stranamente funzionante, pigiai sulla tastiera il pulsante che corrisponde al tuo piano. Le porte si chiusero. Sulla soglia di casa tua incontrai Annalisa, che mi salutò isterica; risposi, aggiunse: «Scappo», lo fece. Entrai in casa senza il logoro: «Buonasera» in silenzio. Sei in camera da letto, mi fai cenno di aspettare in corridoio e chiudi la porta. La riapri dopo un secondo, mi osservi guardarti e scappi in bagno, sento il rumore dell'urina sul water.
Torni nuovamente in camera e ti chiudi di nuovo la porta alle spalle, suono come di caramelle. Bussano alla porta, tu da dietro la porta ordini gentile: «Vai ad aprire», eseguo. Francesca propone cortese un bacio, lo ricambio volentieri. Ha qualcuno alle spalle, è il suo zito Alessandro che non avevo mai visto prima di adesso, mi presento e li faccio entrare, si accomodano in salotto. Compari. Baci, si parlotta.
Squilla un telefonino: è il tuo, rispondi e ti allontani, ma non ti guardo e continuo a parlare con Alessandro. Mi dice quasi ammettendolo, che fa il cameriere in un grande albergo di Spqr, faccio la faccia il più dignitosa possibile e aggiungo una frase priva di senso e contesto. Sei di nuovo fra di noi, non hai nulla da offrire e ti scusi: usciamo. L'appuntamento con Luigi era alle nove e trentacinque circa, siamo in ritardo, ma non troppo. Quando arriviamo è già lì che aspetta, non pare seccato. Nuovi saluti e presentazioni: sua moglie, (chissà perché la immaginavo diversa, tutt'altra persona). Il concerto inizierà a momenti, guardo l'orologio, ci siamo tutti o quasi. Manca solo Daniela che arriva trafelata con un gruppo di nuove amiche, tu le ringhi qualcosa.
Si entra. I posti non sono numerati e la sala è quasi piena, ci sediamo, o meglio, occupiamo i posti con le giacche, a te va già di fumare, mi chiedi: «M'accompagni?», solo per non essere scortese rispondo di sì. Scendiamo nuovamente nell'atrio. Gente benvestita arriva alla spicciolata. Mi chiedi: «Ne vuoi? », e mi porgi il pacchetto, faccio cenno di no, quindi aggiungi seccata: «Che hai?». Non rispondo, sorrido appena e ti sfioro i capelli. Vai a sederti su di una poltrona rossa che ha una bruciatura sul bracciolo sinistro. Accanto a te c'è
un posacenere ci spegni la sigaretta che hai fumato per metà. Mi prendi sottobraccio. Il concerto è iniziato, facciamo le scale e torniamo in galleria. Ho accanto a me Betta, ci scambiamo commenti senza una vera e propria volontà comunicativa, la sala è buia sei alle mie spalle, ma qualche fila più in dietro: da qui non si riesce a sentire il tuo odore. C'è l'intervallo, ne approfitto per ritirarmi in bagno qualche secondo. Mi lavo le mani, sciacquo la faccia e piscio. Uscendo un tale mi chiede tabacchi, mi tocco le tasche e faccio cenno di non averne. Sposto la tenda che separa il corridoio dalla sala. Con il buio ripartono gli scc del pubblico, non ho avuto tempo neppure di farti un sorriso decente. Alle 23:30 è ora dei bis. Siamo davanti al teatro, c'è un po' di freddo, la primavera si fa desiderare. Con Angela ci scambiamo qualche battuta in abruzzese. Ho fame ed entrambe le mani in tasca. Siamo tornati da te, alcuni sono andati via salutati salutando, altri hanno ancora voglia di compagnia. Faccio il gentile. Cerco di deconcentrarmi, rinvio ogni tipo di giudizio-convinzione. Si è fatto tardi e casa mia è lontana, fuori Spqr, mezzanotte è passata da più di un minuto, le strade illuminate e sporche aspettato l'AMA. Saluto tutti e te. Scendo e mi cerco un taxi. Do un indirizzo all'autista, mi coglie un dolore, ma è un attimo. Faccio a meno di ricordare, chiedo in cerca di comprensione: «Le dispiace se fumo?».

Abbozzi inediti 3

Non l’avevo più vista in giro: - Strano - pensavo di tanto in tanto; altre volte: - Mi farebbe piacere rivederla -; altre ancora: - Era bella però! - ma l’impegni e le distrazioni di quel periodo limitavano le mie riflessioni a queste banali osservazioni.
In aprile, inopportuno mese, mi ero preso qualche giorno di riposo per svuotare la testa e tornare in forma al lavoro, uno progetto per l’editore E. Una specie di lavanda encefalica dopo una massiccia intossicazione culturale.
Sistemavo in cucina i resti della cena della sera prima quando un’ombra oscurò il cestello della lavastoviglie, alzai gli occhi spaventato verso la finestra che dava sul giardino e la vidi. Era lei.
Il suo seno generoso si faceva notare, anche attraverso il vetro unto e polveroso, ma io che gliel’avevo già toccato e assaggiato paziente più volte in passato non feci fatica a trattenermi e a guardarla negli occhi senza distrarmi: - Entra! – e le aprii la portafinestra.
Indossava una gonnina fresca, una di quelle che metteva appena dopo una accurata depilazione.

Si sedette sulla poltrona del soggiorno e rimase allungo in silenzio con lo sguardo rivolto al terrazzo ingombro di una serra di piante ormai secche. Io pure me ne stavo zitto in cucina guardavo un programma di cucina in tv, e zitto le portai da bere un succo alla carota, lo posai sul tavolino cercando di essere garbato, si voltò appena abbozzando una smorfia.

Da quando mi era apparsa in quel modo assurdo alle spalle, era passata più di mezz’ora e ci eravamo detti soltanto:
Lei: - Ciao, come va?
Io: - Bene, sono vivo
Si alzo poco dopo aver svuotato il bicchiere e mi venne a cercare in cucina. - Che fai? - bisbigliò mentre ispezionava l’ambiente con uno sguardo da cagna.
- Provo ad annoiarmi con la tv, ho assoluto bisogna di noia.
- Non esser cretino - e mi baciò di striscio le labbra. Avrei a quel punto, anche potuto togliermi i calzoni e possederla lì in cucina, vicino allo spremi agrumi di Stark, ma rimasi fedele al mio progetto di noia.
- Sei stata fuori? - chiesi per farle usare le labbra in altro modo rispetto a quello che magari aveva in mente.
- Sì - disse - Francia -
- Non da sola immagino? – si era seduta intanto. Non ricordo cosa rispose, fu evasiva se la cavò con un battuta cretina, sulle doti di puttana che gli altri, uomini e no, le attribuivano.

Il resto? Poi come è andata? Un attimo…
Ho ricercato nella agenda di quell’anno la pagina di quel giorno: è bianca. Ricordo di non esserci stato al letto ma… La chiamo, forse lei ha più memoria. Dov’è il numero. 339-707****.

Spento.

Potrei ipotizzare un ricordo, perché no? Mi conosco, ho meglio, conosco la persona che ero quel giorno in aprile e conosco, ho un ricordo, di ciò che lei era in quel periodo. Conosco anche la città dove vivo, casa mia e i posti che ci piacciono e in cui magari saremmo potuti esser stati. L’idea mi piace e ci inizio a lavorare.

Fece per alzarsi, si mostrava arrabbiata indispettita, ghignava, ma la parte le riusciva male, la guardai serio e lei rise di gusto.
- Devo fare pipì – disse carina.
Quando tornò mi si sedette vicino, e accarezzandomi d’amica mi chiese sincera quanto più le riuscì: - Sei arrabbiato con me? – Feci finta di credere al suo interessamento – No, dovrei esserlo? – lei non rispose, si alzò e aggiunse truccata appena d’allegria – Dove mi porti?

Eravamo in via Candia, la facevo guidare - le piace - io ascoltavo la radio e guardavo di fuori distratto, lei confessava qualche cosa di suo, come quando si fanno vedere le foto di ritorno da un viaggio. Mi voltavo verso di lei di tempo in tempo, era bella e faceva l’ingenua. Si fermò a un semaforo, questa volta fui io a baciarla appena, fu stupita ma il verde ed il clacson del solito idiota interruppero ogni cosa. Per un po’ ci fu silenzio.

Abbozzi inediti 2

E’ una claustrofobica mattina di aprile. Il tram è fermo al capolinea e aspetta triste gli immigrati. Chi esce dal bar, guarda il cielo in cerca di nuvole e pioggia. Aspetto anch’io da dietro una tenda scostata. Oggi fanno due mesi che non ci vediamo. L’ultima volta fu da te, ti venni a prendere in auto dovevi ritirare un voluminoso pacco dalle poste centrali, tu di certo non ricordi.
Quella mattina mi venisti ad aprire con addosso il sonno e una deliziosa quanto sgualcita maglietta. Non me la presi, sapevo bene che la sveglia che tieni sotto il letto, aveva ormai i meccanismi ossidati dal liquido che le pile scariche hanno rilasciato, e che taceva da un pezzo. So anche, che in lontananza si può ascoltare un orologio dal rumorosissimo meccanismo, che nella sala da pranzo, e solo lì, indica un’ora, l’ora approssimativa, che tu però, preferisci definire incerta. Prendemmo un caffè. Il tuo, privo di zucchero, lo assaporasti lentamente. Il caffè per te, oltre ad essere un rito – come lo fu per tua madre e tua nonna – è un momentaneo rimedio al quel sonno che definisci, argomentando con libri e ritagli di riviste: patologico. Le tazzine poi, diverse fra loro (troppi servizi hai scompagnato) le posasti su di una pila di altre stoviglie quasi a voler creare buffa composizione artistica, che smantellerai, ti visto farlo altre volte, gettando seccata tutto nella lavastoviglie.
Ti trascinasti, per casa con le ciabattine infradito osserando quasi stupita angoli carichi di nuove sporcizie:
DA FARE
annotasti su un pezzetto di carta recuperato da una vecchia agenda. Odioso comportamento

Domani compirai trenta anni. Me ne sono ricordato, che credi! Nulla di strano, dato che (lo sai benissimo), inizio a pensare a questo giorno già dai primi del mese. Mi soffermo scrupoloso sulle vetrine dei negozi più disparati (disperati specialmente – sono questi quelli che più ti piacciono), a caccia di un regalo adatto a te, che poi oltretutto non ho mai il coraggio di consegnarti.

Che ci vuoi fare. Ho un cassetto pieno di pacchettini in camera da letto. Lo aprirò, come faccio ogni anno, solo domani per stiparci anche quest’ultimo nuovo. Chissà che un giorno non te li porti tutti assieme ai relativi bigliettini:
1998 Ritorno di senso;
1999; […]
2000, Scusa se non è una sorpresa;
2001, l’ho scelto con cura, abbine.

Abbozzi inediti 1

L’avevo incontrato per caso a guerra finita. Era in via *** già da qualche giorno, mi disse, dopo un breve racconto di quei tragici giorni, poi aggiunse seccato: “Tu dov’eri durante i bombardamenti?” non guardandolo in volto mormorai: “Ero fuori città, ho una casa in campagna, lì abitavano i miei”. Facemmo un pezzo di strada a piedi in pianura fra i resti di qualcosa d’antico, da un tram fermo ci sentimmo chiamare: “Cercano pane” disse. Mi fermai guardandolo, Berto rise strano e continuo zoppicando. La strada in quel tratto proseguieva in discesa e Berto faceva fatica, trascinava la gamba sinistra e di tanto in tanto tratteneva una smorfia di dolore o forse era il viso provato che riusciva a mimetizzarla.
Giunti in via del Rosario, trovammo una piccola folla stranamente ordinata: ci accodammo pazienti per riuscire anche noi a mangiare qualcosa. In fila discutemmo con gli altri - molti erano forestieri o dei paesi vicini - i perché della guerra, in uno strano accento un ragazzo sospirò: “Giusta o ingiusta che fosse è finita”, a quel punto molti tacquero e io ero fra questi; Berto, invece, continua a discutere acceso si fermò soltanto davanti alla zuppa ed il pane. Lo Salutai dopo il pasto, e promisi di passarlo a trovare: “Resti a via *** ?” chiesi prima di andare, fece cenno di sì e continuo la sua arringa, presi ciò che era mio e mi mossi.

Splitting

Dopo il cinema - un film di un regista coreano di cui parlarono il giorno seguente a pranzo anche con me, che non l'avevo neppure visto – salutarono il resto della comitiva e andarono a bere un mojito in un piccolo pub di S. Lorenzo, locale che da qualche tempo, da quando si erano messi assieme, frequentavano assiduamente.
Lui la fece divertire, raccontandole certe storielle davvero spassose: in una c'era un tizio che aveva una tale voglia di bignè alla crema che salì all'ultimo piano de un gratacielo minaciando de butarsi se non gliene avesero pordati almeno quatro, chissà dove le andava a pescare. E aveva poi un modo tutto suo di guardarla e di parlarle in un italiano scempio, che la facevano sentire speciale, lo potrei giurare, più di un poco.
Dopo un ultima sigaretta, che divisero, uscirono e fecero una lunga passeggiata. Il caldo di quel periodo non gli impedì di starsene stretti l'uno all'altra per gran parte del cammino, che li condusse fino a casa di lei. Salirono . Filomena ebbe qualche difficoltà a centrare la toppa della porta dato che la luce del pianerottolo era fulminata, ma Panfilo la soccorse prontamente con l'accendino. Entrarono. La casa, che divedeva con una scontrosa ragazza di Lequile, paesino in provincia di Lecce, era piccola e non proprio pulita. Due stanze da letto, un bagno minuscolo, una cucina abitabile-imvivibile e un ingressuccio che fungeva da salotto. Panfilo chiese qualcosa da bere. Lei scelse due bicchieri da un pila che stava in bilico sul lavandino e gli sciacquò diligentemente con un poco d'acqua fredda. Aprì poi il frigo, un vecchio Ignis mezzo arruginito, e ne tirò fuori un'anonima bottiglia di birra. La stappò e versò il liquido nei bicchieri. Panfilo guardò tutta l'operazione seduto su di una seggiola sgangherata e bevve la birra in un sorso per non sentirne il sapore.
Restarono in silenzio per un pezzo. Lei andò a sederglisi addosso, lui la baciò dolcemente scoprendo così l'amaro gusto di quella birra scadente, e teneramente abbracciati per poco non caddero a terra. Risero, e si baciarono nuovamente e più a lungo. Lui le tirò su la maglietta, quella che le comperai io al concerto dei Nomadi, e cominciò a morderle il seno, mentre lei lo accarezzava teneramente. Si alzarono quasi di scatto, tornarono nuovamente a baciarsi sulla bocca con più foga, avidamente. Panfilo spinse il suo sesso verso quello di lei. Corsero nella stanza da letto. La camera di Filomena parve a Panfilo uno di quei banchetti di vestiti usati: TUTTO A 5 EURO, che si incontrano spesso nei numerosi mercatini romani. Si gettarono sul letto sfatto rovesciando il posacenere che vi era appoggiato. Lui si tolse la magliettina, Hard Rock Cafè Istanbul e le sfilo la sua. La luce della strada filtrava dalla finestra e le illuminava il volto ed il seno di spudorato candore. Panfilo dopo una breve visita sui capezzoli, passò allo sterno e giù al ventre e più giù ancora sbottonandole i pantaloni a vita bassa. Lei cercava di concentrarsi e si tolse i sandali peruviani, lui era sotto un poderoso bombardamento ormonale, a cui non c'era scampo, al quale non volle trovare riparo. Si tolse le adidas che indossava senza calzini. Tornò a baciarla sulle labbra e sul collo, mentre lei provò a spogliarlo. Gli scese i Levi's e li getto lontano, caddero su di una scrivania ingombra di cartine, filrtini, fotocopie e dischi pirata. Gli tolse anche i boxer, resto nudo. Il suo sesso era vicino al volto di Filomena: «Non vorrà che gli faccia un pompino», pensò. Cercò di spostarsì più in alto. Panfilo capì, e buono buono imboccò la solità strada.
Giacevano di fianco, lui le stava dietro muoventosi in modo randomatico. Gentile le sussurrò in un orecchio a che punto fosse e fece una smorfia strana, era evidente che stesse per venire. Fu in quel preciso istante che Filomena si perse. Quell' espressione gli rammento suo padre il giorno in cui ebbe il menarca. Era una mattina di novembre, la mamma era fuori, Filomena entrò in cucina assonnata come sempre. Il padre in piedi al centro della stanza bevava un amaro caffè. La guardò prima distrattamente sorridendole, poi si accorse che il suo pigiamino con gli orsetti gialli era sporco di rosso. Rabbrividì e distolse lo sguardo imbarazzato. Gli si avvicino per baciarlo, ma lui si ritrasse, la respinse quasi, facendo quella stessa smorfia che ora appariva sul volto contratto di Panfilo.
Di lì a poco lui venne miseramente compiaciuto. Dopo qualche carezza e bacio doveroso si alzò per andare a pisciare, accese la luce del bagno e si tirò sul il prepuzio per indirizzare meglio il getto. Lei in camera già fumava l'ultima Merit di un vecchio pacchetto recuperato sotto il letto nell’atto di cercare gli slip.

Agosto

Ci presentarono in un piovoso pomeriggio, ero uscito a bere qualcosa in un bar nei pressi del porto incurante delle avversità atmosferiche con ai piedi dei sandali e indosso dei pantaloncini e una maglietta grigia con stampata una frase di Sepulveda. Mi disse che aveva visto delle mie opere in una personale che si tenne nel cortile del municipio di Veglie nell'estate nel 1982. Finsi di ricordare. - Ho anche un suo autografo - concluse.
Ero stanco, e poi il tempo cattivo risvegliava qualche vecchio acciacco e mi rendeva nervoso e di cattivo umore. Ma dato che nel mio corpo siamo in due a ragionare e per di più io mostro spesso scarso potere decisionale, andò a finire che venni persuaso a invitarla ugualmente da me.
Quel anno, quel estate, non avevo affittato la solita casa per via di alcuni problemi che durante la passata stagione mi trovai ad dovere affrontare con il padrone di casa, poi, e con sua moglie prima di lui. Tuttavia la nuova sistemazione mi convinceva parecchio, vuoi perché la proprietaria era una anziana donna quasi prima di denti e mia lontana parente, così almeno diceva lei, vuoi anche perché la casa aveva nel paese una posizione migliore: più strategica.
Entrammo, le feci strada. L'ambiente era poco luminoso, anche lei lo notò:
- C'è buio - disse.
Aprii le imposte, di una finestra che dava su di uno strettissimo vicolo:
- Va meglio così? - le chiesi. Fece cenno di sì con il capo e sorrise.
Nel mezzo della stanza di ingresso campeggiava su di un cavalletto un dipinto solo abbozzato, in cui una donna veniva decapita, si soffermò a osservalo, la interruppi:
- Ti piace, Angela? - ero già passato al tu e le mettevo una mano sulle schiena. Si voltò verso di me, restammo in silenzio per un attimo, solo allora mi accorsi che fuori il temporale era cessato. Senza dire altro, e senza guardarmi si alzò la gonna e con forza mi costrinse a inginocchiarmi facendo pressione sulle spalle. Le scesi le mutandine e non seppi fare meglio che infilarle dentro un dito.
- Ha per caso una laurea in ginecologia? - domandò scoppiando in una sana risata. Intuii il senso di quella battuta e l'accontentai anche se, lì a terra, in ginocchio, il dolore alla schiena divenne insopportabile, non potevo di certo stringere i denti!
Chissà come avrà interpretato quelle smorfie dovute allo stato delle mie malconce vertebre lombari? Più tardi, quando andò via sbattendo la porta indispettita da una battuta decisamente fuori luogo che proprio non seppi trattere, risolsi tutto con una supposta di Voltaren. Fu solo in quella dolce penetrazione che trovai l'unico sollievo di quell'uggioso pomeriggio.

Cocacolapatatinegigomme

Fu sempre così, già da ragazzo, un ragazzaccio che si lavava poco poco e sorrideva di rado, un animaletto randagio, credetemi: è stato sempre così.Usciva di casa quando il sole era alto e l'asfalto bruciava: niente compiti, niente scuola, niente catechismo o servirmessa. Una bici, e per compagnia le parole e i pensieri solitari nelle strade deserte del dopopranzo assonnato. Gli amici, perché di amici ne aveva, uscivano più tardi dopo i sani compiti e la mammamerenda. Ci si incontrava nel cortile di quel borghesello complesso di palazzine a lui estraneo e famigliare. Ogni giorno una spedizione, un'avventurosa missioneimpossibile; con le donne - le femminnuccie da primoseno - lasciate ai loro progetti amorosi fra le Barbie e i Big Gim. Il sesso femminile, la cosina, per i giovanetti era un mistero giocoso. E' chiaro che ne avevano viste di fessurine pelomunite, sulle riviste specializzate: più tardi alcuni, ebbero ben chiara la differenza fra vedere e sapereassaggiare, altri più tardi ancora. Poi comunque si tornava stanchi e le si trattava da pari come ometti pure e loro con i primi baffetti, e qualcuna già signorina. Non dirò altro per ora. Farò, sul finire.

Cene

Ce ne stavamo belli e zitti a guardarci la bocca. Ero attento a non fare romori con il palato, la forchetta, il buco del culo. L'antipasto era stato servito: ricco e unto come a me piace e il primo lo terminavamo in quel momento: gnocchi al sugo di lepre. Si passò il fazzoletto che aveva sulle ginocchia sulle labbra e disse: - Squisiti. Io annuii. Poi aggiunsi: - Aspetti che arrivi il dolce.
Quella mattina eravamo stati a vedere assieme una mostra di un'artista cileno, Marcos della Poia, lei era entusiasta e lo elogiava anche in sua assenza, io ero rimasto un po' deluso: - Una buona tecnica - le avevo detto - ma...
Il secondo lo portarono dopo un poco: involtini quattro stagioni. Mi servivo il vino, lei non ne beveva, - Speriamo che almeno beva il resto più tardi - pensavo. Un'otturazione mi dava fastidio. Il locale si andava svuotando. Fummo tra gli ultimi a chiedere il conto. Feci chiamare un taxi. Uscimmo. Quando pronunciai l'indirizzo di casa mia all'autista, scesi la maschera e scoprii le carte.
Andiamo da lei? - Mi chiese tranquilla.
Non seppi rispondere. Alla fine della corsa scesi e le aprii galante la portiera. L'autista mi guardava allibito. Lei mi sorrise come meglio poté. Entrammo in casa. Mi chiese del bagno, glielo indicai e mi servii ancora da bere. L'alcole iniziava a fare effetto. Ci mise qualche minuto, forse perché avvertì qualcuno che non sarebbe tornata a dormire, forse perché cagò, non glielo chiesi, nè l'annusai. La gettai sul divano e poi le abbassai una spallina del vestito frugandole il seno.
Voleva ribbellarsi, almeno istintivamente, ma poi corresse la mira con una battuta: - Quando è sbronzo e ancora più stronzo - Dopo qualche minuto le ero già dentro e lavoravo da matto. Sudatissimo al fine le chiesi: - T'è piaciuto? - Mi rispose carina: - Buona tecnica ma... - A quella risi anch'io.

A more

Camminavo lungo via Emanuele Filiberto, erano circa le sette e mezza, anche se mi potrei sbagliare, ero uscito da casa all'alba, non riuscivo a dormire. Feci molta strada, ero stanco ed entrai distrattamente in un bar per fare colazione. Mi accomodai su di uno sgabello e ordinai un caffè e un cornetto semplice. Fu allora che lo vidi. Non so, se, e da quanto mi stesse osservando, lo salutai chiamandolo per nome: - Ciao ***!
Mi rispose senza alzarsi dal suo posto, con un bel sorriso che scorsi dietro l'abbondante naso.
- ¿Que tal? - gli domandai scherzando, mostrai di essere di buon umore. Mi rispose per le rime e aggiunse in italiano: - Come mai da queste parti?
Gli spiegai sommariamente lo spiacevole periodo che attraversavo: i problemi che avevo con il mio coinquilino, le sue assillanti lamentele, le richieste continue e inopportune, i malinconici tormenti notturni, le penose scuse infine.

Era domenica. Tornava, mi spiegò lui, dalla stazione Termini, dove aveva accompagnato, dopo averci passato la notte assieme (questo in verità non lo disse ma fui io a sospettarlo), la sua ragazza che anche io conoscevo più o meno bene da più di un poco, almeno ciò era solo quello che lui sapeva di noi.

Sentì che avevo bisogno di aiuto, anche se ci eravamo conosciuti da poco, per una pura casualità qualche sera addietro grazie ad amici comuni.
Si decise per un pranzo da me, immagino che non dovevo avere affatto un bel aspetto.
Raggiungemmo casa mia. Entrando feci un gran baccano per far notare il mio ritorno. Nulla. Pensai fra me e me:
- E' uscito!
Pranzammo in cucina senza pane: pasta al radicchio, insalata di mais, e una Cimay da bere.
Mi raccontò di lui, del suo lavoro, e altre cose che non ricordo.
In frigo avevo un'anguria bella fresca. Gli chiesi se ne volesse. Mi disse che sì, ne voleva. Aprii il frigo e la misi sul tavolo, presi poi un coltello adatto all'operazione taglio.
Mentre mi accingevo a praticare l'incisione il display del suo telefonino si illuminò visualizzando il nome a me intimamente conosciuto.
Raggelai. Lui fece per rispondere quasi seccato. Alzai gli occhi per guardare altrove.
C'era Lui. Era tornato! e sulla porta della cucina mi osservava fumando sornione.
Lo fissai con l'intenzione di fulminarlo con la vista (tipo Nembo Kid). Niente. Continuò a fare il suo sorriso idiota ammiccando ripetutamente compiaciuto verso il mio ospite che parlava al telefono dandogli le spalle.
- Bastardo! - Urlai.
Il coltellaccio lo raggiunse in pieno petto perforandogli lo sterno.
Stramazzo a terra producendo un suono sordo. In gola gli rimasero delle parole, ma non ebbe la forza di far vibrare le pliche vocali:
- /'Tt 'knz 'k l vr'r 'smpr 'bn/ pronunciò
Il mio commensale restò immobile. La mia commuovente scena non l'aveva impressionato un granché.
Solo per compassione mi aiutò ad occultare il cadavere che sminuzzai gettandone a più riprese parte nello sciacquone, e parte nel tritarifiuti.
Ne volevo conservare un po' nella ghiacciaia, gli dissi, per i periodi difficili, non si sa mai, e poi in fondo anche se giunsi a quel gesto estremo non posso dire di avere di Lui solo ricordi spiacevoli anzi...
Mi consigliò, mi esortò di rinunciare a quel patetico progetto. Gli diedi retta non potei fare altrimenti.
Mangiammo finalmente l'anguria, fu anche quello un modo per ringraziarlo. Uscì di casa dicendo in un ghigno:
- Fosse dipeso da me avrei scelto un modo migliore per ammazzare il tempo! - e senza voltarsi scese lentamente le scale.
Solo allora capii perché lo amasse in quel modo.



Grazie a Pasquale e a *** che mi hanno aiutato a stendere questo breve racconto che ti dedico. Grazie anche ad Anna, Michela, Eleonora, Eliana e Federico per i preziosi consigli.

Ritorni

Ritorni 1998
di Zy Tanoamiki

Avevo su una camicia soltanto, non pensavo di trovare una temperatura molto diversa in paese - ogni volta mi stupisco! Ero stanco, troppo in giro da troppo, per qualche tempo volevo solo riposare.- La vita di chi sto' vivendo? – mi sorprendevo a pensare: - La mia? - mi rispondevo rassegnato. Ogni gesto che compivo, non proveniva dall'interno, ma dalla superficie, una mimica espressiva, ma muta al tempo stesso.
Un tassì mi portò via dalla stazione, le uniche parole che l'autista udì da me, un tipo grasso e con pochi capelli in disordine, furono il nome della via all'inizio della corsa e un mezzo grazie al termine, dietro il finestrino abbassato per metà per il freddo, che si era fatto pungente. Varcai la soglia di casa, allegro e sorridente, quasi mi aspettasse chissà cosa chissà chi; nulla invece: la solita puzza di chiuso e il triste disordine dei miei pensieri, palesati su quelle odiose carte che ritrovavo un po' dappertutto. Mi sdraiai sul divano senza pretesa di dover dormire: il sonno venne, ed io gli feci spazio stringendomi sulla spalliera. Mi svegliai come dimentico di quale importante faccenda; erano poche ore che ero tornato, e già sentivo forte l'esigenza di dovere partire di nuovo, ignoravo per dove, ma era quasi un'urgenza - anche se sapevo di odiare gli alberghi e la complice cortesia di portieri e facchini.
Qualcosa mi distrasse per un lasso si tempo di cui non saprei ben quantificare la durata, poi sentii qualcuno bussare deciso la porta. - Siamo noi - una voce di donna chiamava sicura di essere udita. - Sei in casa?. Tacqaui. Lo sportello si chiuse, il motore si accese, il vicino cane abbaio indolente e le foglie s'ingrigirono di polvere. Timidamente scossi la tenda e vidi la vettura riprendere il vialetto di casa dal quale, pensavo, fosse più velocemente giunta poco prima. Perché mi ero negato? Eppure lei era la persone con cui convivevo il tempo, quando non ero da solo o con qualche puttana, non mi interrogai più di tanto, e chiusi le labbra aspirando col naso colante.
Nel pomeriggio lasciai il telefono squillare sul mobile dell'ingresso, la segreteria parlava da sola, odiavo ascoltare i messaggi, ma quell'aggeggio era un regalo, di cui dovevo necessariamente far uso, la odiavo, forse, anche perché chi parlava, in realtà non voleva dire (non dirmi) niente di interessante o di serio. Le pareti, da poco imbiancate, erano tiepide, ed il sole, solo ora ci facevo caso, illustrava la valle che grigia, in parte, e verde, avevo davanti, dietro le opache finestre. Cercavo qualcuno da poter accarezzare, mi resi conto un po' a malincuore di una strana assenza: il gatto - più giusto sarebbe dir gatta o gattina - non ancora si era fatto viva cerano solo dei peli su una sedia in cucina. Di solito sapeva già quando tornavo - non so come facesse - e m'aspetta davanti all'ingresso affamato. Lo cercai tenendo conto delle sue abitudini, mi sovvenne allora, che quello, forse, era il periodo in cui i gatti vanno in amore, e che in quei momenti di richiamo fisiologico, in passato, non l'avevo veduto anche per più due settimane. Lo chiamai ancora un poco, con in mano del cibo in parte avariato, che mi era rimasto nel frigo da quand'ero partito; poi mi spensi e voltandomi lentamente verso la porta, passo passo, passò poco che me la trovai chiusa alle spalle turbato. Certe donne sono sempre in amore, ne conoscevo - non sazio - diverse; altre invece non ci vanno mai e per loro far sesso, è un triste dovere o una scomoda necessita. Io? Io che le giudicavo, e che penso che fuori dal letto abbian poco da dire, io, cosa sapevo in realtà della donna? Delle donne, qualcosa l'avevo imparata qua e là con gli anni, attraverso anche alcune letture, ma della donna, mi accorgevo di non conoscere nulla, e di non avere appreso, né compreso molto, né dalla Romano né dalla Deledda.
Alla sera rincorrevo le mosche, chiamandole con strani nomignoli credendo di distinguere, (spesso l'ho fatto anche con le donne) ad alcune insegnavo la strada per uscire in terrazza, all'aperto libere, altre le uccidevo con eccesso di colpa sui vetri. Era ora di cena, noia e pigrizia mi spinsero a uscire per andare a ubriacarmi in una di quelle trattorie, in cui il padrone non sa chi sei e non ti fa domande, sul tuo ultimo libro o su quello avvenire. Presi l'auto, aprii lo sportello: annusai quell'odore di plastica che si poteva ancora percepire sensibilmente; anche se aveva quasi tre anni e il contachilometri segnava soltanto 6511, la metà fatti da te in quei giorni in cui mi venisti a trovare in Abruzzo.
Scesi in città e girai un poco a vuoto con la testa vuota, solo le buche disseminate di tanto in tanto sulla strada richiamavano in me l'attenzione alla guida. Una piccola insegna, ingiallita dal sole, attirò la mia annoiata curiosità. Parcheggi in un posto riservato ad invalidi ed entrai nel locale borbottando qualcosa per farmi notare, ma non si voltò nessuno nella sala che aveva un pavimento a marmittoni bianchi e neri, e alle finestre, delle tende annerite dal fumo e dal grasso delle cucine. Sentii alle spalle una maleodorante e ingombrante presenza. Il padrone mi si era avvicinato e vigliacco mi chiese più volte: - E' solo?
Non parlavo; poi dissi seccato: - Sì! - cessando immediatamente quella conversazione scomoda, che metteva il risalto il mio stato di cose. Mi fece sedere in un tavolo all'angolo e ordinare qualcosa di cui non ricordo il nome, ma di cui il sapore e il profumo sgradevole e invitante al tempo stesso, li ho ancora adesso in bocca. Il locale si andava svuotando, le ultime persone che sedevano ai due tavoli in plastica occupati ancora col mio, ad uno due vecchi di sicuro amici del proprietario, in un altro una coppia di ragazzi in cerca del posto alternativo - si alzarono quasi contemporaneamente ed uscirono zitte, guardandomi tra la pena e il ribrezzo, dopo aver salutato cortesi.
Mi alzai di lì a poco a fatica anch’io quasi sbronzo, non ricordo di avere pagato, di sicuro l'ho fatto, poi le chiavi, lo sportello, il quadro acceso, le luci, il finestrino aperto, l'aria fredda sulla faccia, dei pedoni, uno scooter, una macchina ferma, il rosso di semaforo e il buio. Sto bene, mi ha detto il dottore: il dolore passerà presto, non preoccupati ho solo bisogno di riposare, in fondo poi era quello che volevo. Il gatto (la gatta) è tornato: è ho paura sia incinta.

Traduzione di Andrea Vecchio

Perché il mio amico mi ha salutato con un pugno

- Questa è l'ultima sera che mi vedete - gridò Franco, Francesco, e si diresse verso la porta dando le spalle agli amici che restarono basiti a una simile inattesa reazione. Nessuno però, proprio nessuno, tentò di fermarlo, neppure Gianni, nemmeno Rita, neanche Teresa. Francesco uscì dal locale, riuscì a farcela infermato e camminò solo per un lungo periodo, lungo il viale affollato dai saldi. A piazza Quadrata vide sopraggiungere il tram, vi salì claudicante. Il tram era vuoto quasi a quell'ora e Franco trovò posto a sedere e riposo nei sedili in fondo. La città calda si apprestava alla cena.
Era appena tornato dalla guerra Francesco, sul suo volto erano ancora evidenti i segni di quei giorni interminabilmente difficili. I suoi amici che la guerra, dico la guerra, l'avevano vista solo dal televisore o letta in facoltà sui quotidiani, non potevano capire. Anche Franco leggendo i giornali, anche il suo di giornale quello che da anni comprova, andava su tutte le furie, lui c'era stato in guerra, lui aveva visto morire, aveva visto uccidere lui. Quella morte non lo faceva dormire: due colpi tra la gente e il fumo che t'accecava, ma quelle lagrime non erano più dovute ai lacrimogeni sparati ad altezza d'uomo avevano una natura differente: intima.
Era stato denudato Franco. Colpito. Umiliato. Colpito di nuovo e nuovamente con l'odio con la rabbia della miseria e dell'ignoranza. Guerra, guerra santa dei pezzenti, ultima crociata per espugnare non una terra santa, ma un maledetto luogo, la fortezza dei forti. Francesco non aveva una bibbia, non era un no-loghista, osservante.Non aveva motti o slogan efficaci, né una faccia o una sciarpa da ribelle, era, come si dice un ragazzo come tanti, come pochi forse. Quella notte non tornò a casa, la sola visione del distor-televisore lo terrorizzava: la trascorse con il telefono spento per strada.
Io l'incontrai solo il giorno dopo nel baretto sotto casa, non sapevo niente della sua sortita, entrando lo trovai seduto che leggeva e cretino gli dissi: - A Fra' ve l'hanno date a Genova! Mi guardò, non rispose niente e mi stese con un pugno, l'unico il primo che diede, toccò a me riceverlo.