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Senzatettismo

Gentile redazione mi occupo da vari anni di problematiche sociali. Nel mio lavoro mi è capitato spesso di imbattermi con termini quali sans-abrisme per il francese e homelessness per l'inglese. Cio che mi chiedo da tempo, e che vi chiedo ora, è se sia possibile creare una parola per l'italiano tipo senzatettismo? E' corretta? Mi prendono in giro perchè ritengono che il termine sia più adatto a me, che in effetti ho poco seno, piuttosto che ai sernza-tetto (con o senza trattito).
G. Vecchia.

Risponde Leonardo Oddi
In primo luogo è necessario compiere una distinzione fra parole esistenti, parole possibili e parole impossibili o malformate. Per le parole che hanno una morfologia complessa, cioè che presentano un tema o radice (su l'elemento base nei processi di formazione di parole c'è ancora aperto un grande dibattitto) e un affisso, sia esso prefisso, suffisso, confisso o parola libera, è difatti obbligatorio premettere una tale distinzione. Oltre a parole formate correttamente e esistenti (cioè attestate con stabilità nell'uso e presenti se non nei dizionari, almeno nei testi anche di natura tecnico-specialistica, come ad esempio: orzata, impossibile, autotrasporto, elettromiografia, ecc.). Esistono parole che se pur formate correttamente non sono registrate nei dizionari, in primo luogo per ragioni di spazio, e presentano una bassissima attestazione nei testi: i cosiddetti occasionalismi; si pensi a parole come: pseudoinventore, clintoniano, mangiafritelle, ecc. Parole quest’ultime create spesso con intento ludico, ironico, o più di frequente presenti nella lingua colloquiale. Le parole formate in maniera non corretta sono quelle in qui non vengono applicate correttamente le regole che attendono alla formazione di parole o risultano all'uscita del processo di formazione semanticamente scorrette: *seperabilein, *dolceità, ecc. Senzatettismo è una parola derivata da un termine già morfologicamente complesso senzatetto con l'affissione del suffisso -ismo, uno di suffissi di maggior successo nella lingua italiana specie per la formazione di occasionalismi, che come detto, faticano a stabilizzarsi nell'uso. ll suffisso -ismo può essere aggiunto ad aggettivi, nomi, nomi propri, verbi, confissi e frasi! (menfreghismo); a ciò si aggiunga che il valore semantico di -ismo non è stabile ma dipende dalla base a cui esso è posposto. Questa grande libertà permetterebbe di considerare senzatettismo una parola formata correttamente anche se esiste qualche limite nella derivazione di termini formati da un preposizione e un nome. Da una indagine condotta attraverso vari motori di ricerca presenti in internet il termine non risulta tuttavia attestato. Spetterà a Lei dunque la sua vita e diffusione.
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"Mi cucino da solo purtroppo"

I lettori più attenti che negl’ultimi tempi sono andati sempre più scemando, avranno senz’altro riconosciuto nel titolo di questo post l’ultimo verso di una mia ormai datata poesia. Sono le sedici e trenta di un sabato pomeriggio non troppo convinto, alzatomi da poco, consumo mentre vi scrivo seduto alla scrivania del computer, un piatto di trenette al pesto che ho preparato da me medesimo. Quando scrivevo quei versi, lamentando anche che nessuno voleva dividere il cuscino e il letto composto facevo riferimento anche a altri significati posseduti del verbo cucinare. TDM nel suo dizionario Paravia ci ricorda che cucinare oltre che: “preparare e cuocere le vivande” ha anche i seguenti significati figurativi e famigliari: “arrangiare, accomodare in modo conveniente: cucinare un compito, cucinare un articolo, […] sistemare per le feste: adesso ti cucino io!”. Cucinarsi da solo quindi vale anche arrangiarsi o peggio flagellarsi. A questo va aggiunto il fatto che cucinare/cuocere hanno un’aria semantica che inferisce con i termini quali: passione, amore, desiderio: essere cotto, cuocere di invidia, ecc. Ora non voglio che il lettore che è giunto fin qui creda che cucinarsi significhi meramente masturbarsi ma in un certo senso è così se consideriamo il termine nel suo significato più ampio (c’è un libro di dubbia qualità ma di grande successo che si intitola “Come smettere di farsi le seghe mentali” o qualcosa del genere).
La sortita di ieri sera al Trinity, locale della capitale frequentato da turiste e altre giovani che vogliono riscoprirsi genuine alla ricerca del salutare biscotto, (come promette una recente campagna pubblicitaria di una nota casa dolciaria) ha suscitato in me le solite perplessità. Riaccompagnando a casa le giovanette (tosette avrei detto un tempo) mi è stato chiesto: “Tu come ti chiami?” – “Leonardo” ho risposto pronto, e lei, la bimba (poteva avere 19 anni): - “Come mai un nome italiano?”. E poi, dopo le mie spiegazioni: - “Parli poco, come mai sei timido o introverso?”. Anche se so che questo esempio non ha valore diciamo ontologico, dice molto su di me magari anche di più di tutta la mia poesia o presunta tale. Chi acconsente taccia.

Breve scheda sulla flessione verbale nell'italiano parlto.

Nello standard il sistema verbale italiano possiede una gamma molto ampia
di paradigmi temporali e modali, nel parlato però la suddivisione
dei tempi è abbastanza ridotta. Il parlato una un sitema bi base
costituito da presente (prossimo, remoto, o entrambi a secondo delle
regioni) passato e imperfetto quali tempi deittici, e trapassato prossimo
quale tempo anaforico.

Il presente indicativo, è usato come presente, ma anche
in luogo del futuro semplice (il mese prossimo vado in vacanza)
e del passato, il cosiddetto "presente storico", (stamattina
mi alzo e la vedo che dormiva…
). Queste possibilità
entrambe realizzabili nello scritto, hanno maggiore d'uso nel parlato.

Il passato prossimo è largamente usato al Nord, per eventi passati
sia recenti che lontani nel tempo e nella conversazione il passato remoto
tende a non emergere mai, e pare essere confinato nelle generazioni
più giovani a testi narrativi non autobiografici (favole).

L'imperfetto indicativo è adoperato come passato durativo,
come nello scritto, (aveva nove anni quando ha fatto la comunione),
ma ha nel parlato una gamma di usi modali, più che temporali,
specie come forma controfattuale. Lo troviamo così nelle ipotetiche
dell'irrealtà (se lo sapevo ti portavo il cd che ti dovevo);
e nel discorso riportato per segnalare il futuro del passato (Marco
pensava che era bello volare
) con era al posto di sarebbe stato.
L'imperfetto può perdere tutto il suo valore di passato e passare
all'uso attenuativo. Abbiamo così tutte quelle forme di cortesia
tipiche del passato, attenuativi generici, (volevo sapere se c'è
un treno diretto per Messina
).

A fianco a l'uso modale del imperfetto possiamo collocare la tendenza
a usare il futuro in modo non fattuale, in particolare il futuro
epistemico con cui si esprimono congetture e inferenze sul presente
o il passato (avrò circa trent'anni, saremo stati nell'inverno
del'99
). Nell'italiano parlato gli usi non futurali del futuro sono
circa un terzo sull'insieme delle occorrenze del futuro.

Nella medesima linea si potrebbe notare la nota tendenza ad usare l'indicativo
in luogo del congiuntivo
nelle dipendenti completive (credo che
la tua presenze è importante, spero che è preparata per
l'esame di chimica
), ma il fenomeno è piuttosto riconducibile
a un trattamento delle subordinate come principali (nel parlato il legame
sintattico tende ad essere meno avvertito). Tale tendenza è più
forte nell'italiano meridionale e nelle varietà diastratiche
basse (nella conversazione di studenti universitari settentrionali il
congiuntivo in dipendenti è abbastanza saldo).

Anche l'opposizione di diatesi attivo/passivo è sottoutilizzata:
il passivo è poco frequente nel parlato specie se conversazionale.
L'esigenza di portare a soggetto il complemento è ben svolta
dalla dislocazione a sinistra. Nel parlato le occorrenze del passivo
si incontano nelle frasi prive di agente (se sarò lasciato
solo, sarò fatto a pezzetti
).

L'uso orale include quindi, solo un sottoinsieme delle possibilità
previste dal sistema descritto dalla grammatica, con un conseguente
allargamento del valore di alcune forme o paradigmi. Minore è
la vera e propria devianza dalle regole morfologiche dello standard,
e ben pochi sono i casi in cui la deviazione a carattere così
ricorrente tale da essere considerata una regola.