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Incipit


Sara distolse lo sguardo della rivista che stava leggendo, un noiosissimo articolo su di un filosofo dalle spiccate doti televisive, per portarlo sull'orologio, che da dove era seduta si intravedeva appena. Gettò la rivista sul tavolino, il volto sornione del filosofo radio-televisivo italiano sbattè violentemente, si alzò dalla poltrona e disse: - Mutter, io vado è quasi ora -. Passò davanti lo specchio dell'ingresso e vi si fermò davanti per sistemarsi i capelli. - Sara vuoi un po' di caffè, è appena uscito? - La madre fermò la figlia quando già aveva aperto la porta di casa. - Ma mamma mi fai fare tardi - disse restando sull'uscio. - E allora, non puoi farlo aspettare cinque minuti? -.
Le donne erano sedute in cucina in silenzio. La madre, Luciana, posò la tazzina rovente: - Allora quest'amico com'è? - chiese sorridendo.
- In che senso? - replicò Sara.
- Non so, robusto, magro, alto, basso? - chiarì Luciana.
- Sarà alto 1,75 - rispose dubbiosa Sara.
- Più o meno come te? - fece la madre.
- Credo di sì - concluse Sara.
- Come credo? - aggiunse Luciana, ma Sara si era già alzata e infilata nel cappotto. Non rispose, la baciò e andò via canticchiando qualcosa.

Edoardo Londi ritorna a scrivere su paginenove dopo lunga assenza. L'incipit che qui vi proponiamo appartiene ad un racconto pubblicato sulla rivista: "Soliti argomenti" è solo un assaggio tanto per farvi venire l'acquolina in bocca. Presto lo posteremo per intero.
A.v.

Splitting

Dopo il cinema - un film di un regista coreano di cui parlarono il giorno seguente a pranzo anche con me, che non l'avevo neppure visto – salutarono il resto della comitiva e andarono a bere un mojito in un piccolo pub di S. Lorenzo, locale che da qualche tempo, da quando si erano messi assieme, frequentavano assiduamente.
Lui la fece divertire, raccontandole certe storielle davvero spassose: in una c'era un tizio che aveva una tale voglia di bignè alla crema che salì all'ultimo piano de un gratacielo minaciando de butarsi se non gliene avesero pordati almeno quatro, chissà dove le andava a pescare. E aveva poi un modo tutto suo di guardarla e di parlarle in un italiano scempio, che la facevano sentire speciale, lo potrei giurare, più di un poco.
Dopo un ultima sigaretta, che divisero, uscirono e fecero una lunga passeggiata. Il caldo di quel periodo non gli impedì di starsene stretti l'uno all'altra per gran parte del cammino, che li condusse fino a casa di lei. Salirono . Filomena ebbe qualche difficoltà a centrare la toppa della porta dato che la luce del pianerottolo era fulminata, ma Panfilo la soccorse prontamente con l'accendino. Entrarono. La casa, che divedeva con una scontrosa ragazza di Lequile, paesino in provincia di Lecce, era piccola e non proprio pulita. Due stanze da letto, un bagno minuscolo, una cucina abitabile-imvivibile e un ingressuccio che fungeva da salotto. Panfilo chiese qualcosa da bere. Lei scelse due bicchieri da un pila che stava in bilico sul lavandino e gli sciacquò diligentemente con un poco d'acqua fredda. Aprì poi il frigo, un vecchio Ignis mezzo arruginito, e ne tirò fuori un'anonima bottiglia di birra. La stappò e versò il liquido nei bicchieri. Panfilo guardò tutta l'operazione seduto su di una seggiola sgangherata e bevve la birra in un sorso per non sentirne il sapore.
Restarono in silenzio per un pezzo. Lei andò a sederglisi addosso, lui la baciò dolcemente scoprendo così l'amaro gusto di quella birra scadente, e teneramente abbracciati per poco non caddero a terra. Risero, e si baciarono nuovamente e più a lungo. Lui le tirò su la maglietta, quella che le comperai io al concerto dei Nomadi, e cominciò a morderle il seno, mentre lei lo accarezzava teneramente. Si alzarono quasi di scatto, tornarono nuovamente a baciarsi sulla bocca con più foga, avidamente. Panfilo spinse il suo sesso verso quello di lei. Corsero nella stanza da letto. La camera di Filomena parve a Panfilo uno di quei banchetti di vestiti usati: TUTTO A 5 EURO, che si incontrano spesso nei numerosi mercatini romani. Si gettarono sul letto sfatto rovesciando il posacenere che vi era appoggiato. Lui si tolse la magliettina, Hard Rock Cafè Istanbul e le sfilo la sua. La luce della strada filtrava dalla finestra e le illuminava il volto ed il seno di spudorato candore. Panfilo dopo una breve visita sui capezzoli, passò allo sterno e giù al ventre e più giù ancora sbottonandole i pantaloni a vita bassa. Lei cercava di concentrarsi e si tolse i sandali peruviani, lui era sotto un poderoso bombardamento ormonale, a cui non c'era scampo, al quale non volle trovare riparo. Si tolse le adidas che indossava senza calzini. Tornò a baciarla sulle labbra e sul collo, mentre lei provò a spogliarlo. Gli scese i Levi's e li getto lontano, caddero su di una scrivania ingombra di cartine, filrtini, fotocopie e dischi pirata. Gli tolse anche i boxer, resto nudo. Il suo sesso era vicino al volto di Filomena: «Non vorrà che gli faccia un pompino», pensò. Cercò di spostarsì più in alto. Panfilo capì, e buono buono imboccò la solità strada.
Giacevano di fianco, lui le stava dietro muoventosi in modo randomatico. Gentile le sussurrò in un orecchio a che punto fosse e fece una smorfia strana, era evidente che stesse per venire. Fu in quel preciso istante che Filomena si perse. Quell' espressione gli rammento suo padre il giorno in cui ebbe il menarca. Era una mattina di novembre, la mamma era fuori, Filomena entrò in cucina assonnata come sempre. Il padre in piedi al centro della stanza bevava un amaro caffè. La guardò prima distrattamente sorridendole, poi si accorse che il suo pigiamino con gli orsetti gialli era sporco di rosso. Rabbrividì e distolse lo sguardo imbarazzato. Gli si avvicino per baciarlo, ma lui si ritrasse, la respinse quasi, facendo quella stessa smorfia che ora appariva sul volto contratto di Panfilo.
Di lì a poco lui venne miseramente compiaciuto. Dopo qualche carezza e bacio doveroso si alzò per andare a pisciare, accese la luce del bagno e si tirò sul il prepuzio per indirizzare meglio il getto. Lei in camera già fumava l'ultima Merit di un vecchio pacchetto recuperato sotto il letto nell’atto di cercare gli slip.

La sera prima della prima sera (racconto medio dell'uso)

Anche quella volta per mettersi in contatto decisero di fare un uso infinito di mezzi finiti: parlarono a lungo lungamente, ognuno aspettava il suo turno diligentemente ed era: pertinente, breve, preciso e vero. Percorsero con quel antico mezzo di trasporto che è la lingua, numerose strade: alcune ampie e scorrevoli, altre piccole, centrali e trafficate (frequentatissime), altre ancora dismesse ormai.

Ognuno di loro - ognuno di loro aveva in casa un enorme armadio a muro in cui, accanto ai vestiti dell'ultima stagione, c'erano i vecchi indumenti dei padri ed dei nonni - aveva indosso un cappotto, ché faceva freddo ed era autunno inoltrato. Gli alberi del piccolo parco in cui incontravansi quotidianamente nel pomeriggio erano tutti spogli delle foglie: parevano genealogici o sintagmatici quasi.

Antonella aveva mangiato una pesca per colazione, così raccontava, mentre Alessandro era stato a pesca in mattinata, ma sembrava, pareva, parse a molti, che avessero fatto tutt'e due la stessa identica cosa. Tutti erano allegri quella sera e si scherzava con Alessandro perché non riusciva mai a mettere la sorda in casa, solo a Tiziana gli brillano gli occhi e se ne stava zitta zitta. Stefania, che è la più carina e gentile di tutte, se ne accorse ovviamente, e gli chiese: - Tizi che c'hai? - Ma ella non rispose e corse via piangendo ad dirotto, a dirnove. - Credo che si deve fermarla - fece Pietro scosso, ma nessuno gli dette retta: assolutamente, e restarono tutti lì cioè. Anche Marco andò via dopo un poco perché doveva uscire con degli amici francesi di Francia e Alessandro che quella comitiva non gli piacevano, storse il muso salutandolo, ma Marco non se la prese, ma si portò via lo stesso Antonella per fare coppia.

Alessandro e Stefania, dopo che Pietro nascosesi dietro a un dito, restavano soli, egli: - Che facciamo 'sta sera Ste? Lei: - Niente, io debbo andare a casa mia - e si tirò su il cappuccio, il cappuccino, che il freddo incominciava ad essere pungente. I due si salutarono senza baci e Alessandro si rattristì un poco ma poi gli passò, poi.

Al mio amico Francesco Sabatini.

Perché il mio amico mi ha salutato con un pugno

- Questa è l'ultima sera che mi vedete - gridò Franco, Francesco, e si diresse verso la porta dando le spalle agli amici che restarono basiti a una simile inattesa reazione. Nessuno però, proprio nessuno, tentò di fermarlo, neppure Gianni, nemmeno Rita, neanche Teresa. Francesco uscì dal locale, riuscì a farcela infermato e camminò solo per un lungo periodo, lungo il viale affollato dai saldi. A piazza Quadrata vide sopraggiungere il tram, vi salì claudicante. Il tram era vuoto quasi a quell'ora e Franco trovò posto a sedere e riposo nei sedili in fondo. La città calda si apprestava alla cena.
Era appena tornato dalla guerra Francesco, sul suo volto erano ancora evidenti i segni di quei giorni interminabilmente difficili. I suoi amici che la guerra, dico la guerra, l'avevano vista solo dal televisore o letta in facoltà sui quotidiani, non potevano capire. Anche Franco leggendo i giornali, anche il suo di giornale quello che da anni comprova, andava su tutte le furie, lui c'era stato in guerra, lui aveva visto morire, aveva visto uccidere lui. Quella morte non lo faceva dormire: due colpi tra la gente e il fumo che t'accecava, ma quelle lagrime non erano più dovute ai lacrimogeni sparati ad altezza d'uomo avevano una natura differente: intima.
Era stato denudato Franco. Colpito. Umiliato. Colpito di nuovo e nuovamente con l'odio con la rabbia della miseria e dell'ignoranza. Guerra, guerra santa dei pezzenti, ultima crociata per espugnare non una terra santa, ma un maledetto luogo, la fortezza dei forti. Francesco non aveva una bibbia, non era un no-loghista, osservante.Non aveva motti o slogan efficaci, né una faccia o una sciarpa da ribelle, era, come si dice un ragazzo come tanti, come pochi forse. Quella notte non tornò a casa, la sola visione del distor-televisore lo terrorizzava: la trascorse con il telefono spento per strada.
Io l'incontrai solo il giorno dopo nel baretto sotto casa, non sapevo niente della sua sortita, entrando lo trovai seduto che leggeva e cretino gli dissi: - A Fra' ve l'hanno date a Genova! Mi guardò, non rispose niente e mi stese con un pugno, l'unico il primo che diede, toccò a me riceverlo.